Blind tennis

Ludovico De Checchi: quando lo sport diventa libertà

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La storia vera di un giovane atleta ipovedente che ha attraversato diagnosi difficili, bullismo e isolamento, trovando nello sport e nel blind tennis uno spazio in cui essere considerato prima di tutto per ciò che sa fare.

Una diagnosi arrivata a nove anni

Ludovico De Checchi aveva nove anni quando qualcosa nella sua quotidianità cominciò a cambiare.

A scuola faceva fatica a leggere quello che era scritto alla lavagna, anche quando sedeva nei primi banchi. Dopo visite e approfondimenti arrivò una diagnosi destinata a modificare profondamente la sua vita: atrofia ottica autosomica dominante legata a una mutazione del gene OPA1, una rara condizione genetica che colpisce il nervo ottico e determina una perdita progressiva e irreversibile della vista.

A quell’età non è semplice comprendere cosa significhi convivere con una disabilità destinata ad accompagnarti nel tempo.

E alle difficoltà legate alla vista se ne aggiunsero altre.

A scuola Ludovico subì episodi di bullismo e si trovò spesso a sentirsi diverso dai suoi compagni.

Lo sport come spazio di libertà

Lo sport, però, era già presente nella sua vita.

Da bambino Ludovico aveva provato diverse discipline: nuoto, minivolley, atletica e successivamente calcio.

Nel 2017 entrò in una squadra composta da atleti con diverse disabilità. Fu un passaggio importante perché, finalmente, non veniva considerato semplicemente come un ragazzo ipovedente.

Era un atleta.

Con capacità, obiettivi e responsabilità.

Può sembrare una differenza soltanto linguistica, ma non lo è.

Essere continuamente definiti attraverso la propria disabilità può diventare una gabbia. Essere invece riconosciuti per ciò che si sa fare permette di costruire una diversa consapevolezza di sé.

A sedici anni una seconda diagnosi

Nel 2020 arrivò un’altra notizia difficile.

Gli approfondimenti effettuati all’ospedale Bellaria di Bologna portarono alla diagnosi di una seconda rarissima condizione neurologica, collegata a una mutazione del gene AFG3L2 e associata a distonia spastica, ipotonia e rigidità muscolare.

Una situazione capace di condizionare forza, resistenza fisica e fluidità dei movimenti.

Ludovico si trovava così a convivere non soltanto con la progressiva perdita della vista, ma anche con nuove difficoltà fisiche e con l’incertezza sul futuro.

Eppure lo sport continuava a essere presente.

L’incontro con il blind tennis

Il tennis era una passione che Ludovico conosceva bene, ma per molto tempo aveva pensato che la sua ipovisione gli avrebbe impedito di praticarlo realmente.

Poi ha scoperto il blind tennis.

La disciplina utilizza palline sonore che permettono ai giocatori ciechi e ipovedenti di orientarsi anche attraverso l’udito.

Per Ludovico è stata una scoperta decisiva.

È diventato uno dei pionieri italiani della categoria B4, riservata agli atleti ipovedenti, e nel 2024 ha partecipato ai Campionati Mondiali di Blind Tennis disputati in Italia.

Il risultato sportivo conta, naturalmente.

Ma nella sua storia c’è qualcosa di ancora più interessante.

Sul campo Ludovico non chiede di essere compatito.

Vuole giocare.

Vuole migliorare.

Vuole confrontarsi con gli altri.

È probabilmente questa la forma più concreta di inclusione: avere gli strumenti necessari per partecipare e poi essere giudicati per ciò che si riesce realmente a fare.

Un progetto che guarda agli altri

Oggi Ludovico non pensa soltanto al proprio percorso sportivo.

Partecipa a iniziative nelle scuole per far conoscere il blind tennis e lo sport paralimpico e vorrebbe realizzare un progetto nazionale capace di aiutare le persone con disabilità e le loro famiglie a individuare più facilmente le società sportive presenti sul territorio.

Una sorta di sportello informativo che permetta di capire quali discipline esistono, dove vengono praticate e come avvicinarsi allo sport.

L’idea nasce da un problema molto concreto.

A volte le opportunità esistono, ma chi potrebbe beneficiarne semplicemente non sa dove trovarle.

Non essere definiti dalla disabilità

La storia di Ludovico De Checchi merita di essere raccontata senza trasformarla nella solita storia dell’“eroe che supera ogni limite”.

La disabilità non scompare grazie allo sport.

Le difficoltà restano.

Le barriere restano.

E alcuni giorni saranno inevitabilmente più complicati di altri.

Ma una persona è sempre molto più della propria diagnosi.

Ludovico è un atleta, ama viaggiare, è curioso, ha progetti e vuole costruirsi un futuro lavorativo adeguato alle proprie capacità.

La disabilità fa parte della sua vita.

Non è tutta la sua vita.

Ed è forse questo il messaggio più forte della sua storia.

L’inclusione vera non consiste nel guardare una persona con disabilità e dirle quanto sia coraggiosa.

Consiste nel darle gli strumenti, gli spazi e le opportunità per poter scegliere cosa diventare.

Si specifica che l’immagine è una creazione artificiale, non raffigura Ludovico né altre persone reali, ed è un’illustrazione fotorealistica usata solo a scopo editoriale.

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